Come ogni Sabato passo a svuotare la casella postale di Ultrasonica e come ogni Sabato mi ritrovo nel viaggio di ritorno verso casa con qualcosa di nuovo da ascoltare. Pesco dal mucchio e il primo cd che salta fuori è questo 'In Black Robes' di Sarah June, direttamente da Detroit. Play.
Fin dai primi sospiri e dalle prime note di 'Cowboy' si avverte una certa intimità, solo chitarra e voce per questo inizio che sa di piccolo club dove immagino di vederla seduta centro palco con il suo strumento e la sua voce volutamente sottile, quasi adolescenziale molto simile a quella di Allison Shaw dei Cranes. Candidamente malinconiche le note su cui poggiano i testi sono affascinanti e struggenti, può non piacere come viene usata la voce, gli amici a cui ho fatto sentire questo disco hanno storto un pò il naso... ma per me è la peculiarità che fa grande le sue composizioni, in questo folk che vira delicatamente verso una decadenza gotica (nella quale lei stessa si riconosce nelle note biografiche) riesco a sentire la genuinità e la spontaneità delle mani sullo strumento, il picking a volte 'sporco' sulle corde in una commistione di influenze derivate dal Jazz e dal Blues anche quando in sordina entra il contrabbasso ad incidere sulla ritmica del pezzo.
Una serie di intimi racconti, sussurrati che mi fanno venir voglia di tirar fuori dall'archivio i vecchi 'Dogs' di Nina Nastasia e le 'Valli soleggiate' di Kendra Smith altre due belle voci che in qualche modo si legano al percorso di Sarah June, tra 'Cowboy' in cerca di una storia in cui credere e ossute figure che ci ricordano che qui siamo solo di passaggio (molto gotico).
Personalmente è un disco che mi piace, che trovo piacevole ad ascolti successivi (senza esagerare) e che nonostante la marcata malinconia riesce a trasmettermi un senso di pace.