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IL FUTURO VISTO DAL PASSATO – INTERVISTA AI CAPTAIN MANTELL
Publicato da NCiglio su 10/3/2010 (280 Letto)
In viaggio nella capsula spaziale del nuovo apprezzato album ‘Rest in Space’, i ‘Captain Mantell’ sono una realtà fatta di propulsori e tute spaziali, punk e sintetizzatori. Il loro sound aggressivo ed orecchiabile si è fatto e si farà conoscere nelle stazioni lunari di tutta Italia. Conosciamoli meglio, seguendo le coordinate che ci fornisce il capitano Tommy Mantelli.

US. Esistono contingenze particolari, coincidenze spaziali, grazie alle quali alcuni anni fa si sono formati i ‘Captain Mantell’?

CM. Un bel giorno, seduto sulla tazza del cesso, ho aperto uno dei miei libri. Era uno di quei libri di fatti incredibili ma realmente successi. Così ho scoperto l'omonimia trasversale tra me e il primo pilota a morire inseguendo un ufo: Thomas Mantell. La notizia, incredibile ma vero, mi ha spinto a creare un progetto spazio-terra... ah e naturalmente c'entra anche la musica.

US. A proposito di musica, avete avuto fin da subito le idee chiare sul genere che avreste praticato? C’è una definizione che lo identifica?

CM. Direi che il genere è scaturito spontaneamente dall'unione delle nostre attitudini musicali. Space punk, così lo definiamo, riferendoci forse più all'immaginario che al genere in sé. E’ un modo di fondere la razionalità della musica elettronica con le immortali emozioni del rock.
Musica, cinema, televisione.

US. Dalle vostre canzoni emerge un immaginario variegato. Quali sono, a questo proposito, le vostre influenze?]

CM. Musicalmente di tutto: dai ‘Beatles’ a ‘Sebastian’.
Influenze trasversali risiedono in tutto ciò che rispecchia la prospettiva del futuro vista dal passato. Non so, penso ai robottini giocattolo anni 50, ai film di fantascienza trash tra gli anni 50 e i 70, ai libri di paleoarcheologia, alla bibbia...

US. Il precedente album, ‘Long Way Pursuit’, è stato scritto quasi interamente da te. Ci spieghi come funziona la composizione della musica e dei testi in questo ‘Rest In Space’?

CM. In effetti, il primo disco è stato composto da me come sfogo artistico dopo un periodo di regole applicate alla musica. Mi riferisco ad una produzione andata male con la Warner Bros. Ora siamo una ciurma vera e propria.
Oggi alla base delle nostre composizioni ci sono canzoni, che si travestono per andare in una dance hall. Molti testi sono legati al nostro sfondo spaziale (‘Captain Mantell’, ‘My Radar’, ‘Incident 33’). Altri invece raccontano solo pensieri ed emozioni. In generale i testi raccontano la prospettiva di tre astronauti dispersi nello spazio, che provano nostalgia per il pianeta Terra, ma allo stesso tempo ne vedono i limiti dalla distanza.

US. Vi sentite cambiati, maturati dal periodo di ‘Long Way Pursuit ‘a quello di ‘Rest in Space’? Quale distanza passa fra i due album?

CM. Sono entrambi capitoli della storia del Capitano Mantell. Il primo, ‘Long Way Pursuit’ (inseguimento a lungo raggio), raccontava le emozioni del capitano durante il fatale e simbolico inseguimento Ufo. Il secondo, ‘Rest in Space’, racconta ciò che è avvenuto dopo. Di sicuro c'è stata una maturazione: ci siamo concentrati su ogni singolo pezzo, cercando di arrivare al cuore della composizione, senza girarci attorno. Sui 25 pezzi buttati giù nel periodo di composizione, ne sono stati scelti solo 10.

US. C’è qualche brano del nuovo album a cui vi sentite più legati o che ha una storia dietro che ci volete raccontare?

CM. Sono tutti pargoletti ben voluti. Ma oggi mi sento di parlarti di ‘Incident 33’. E' l'ultimo pezzo del disco, strumentale, atmosferico. Ultimo non a caso: Incident 33 è il nome della pratica con cui è stato archiviato il caso del Capitano Mantell. Contiene una specie di messaggio subliminale, una frase che si protrae per tutta la lunghezza del pezzo.

US. Avete già “sfornato” degli ottimi videoclip. Qual è il vostro rapporto con la produzione video?

CM. Ci piace riuscire a portare il nostro immaginario su un piano più vasto della sola musica. In questo ci è stato molto utile l'intervento del nostro regista, Marco Miraglia, che ha realizzato due video per noi, portando a termine la missione con successo.

US. Come si svolge il live dei ‘Captain Mantell’? C’è posto per delle cover nella scaletta? Come reagisce il pubblico?

CM. Siamo un classico power trio di astronauti, in cui la chitarra è sostituita dai synth. Quando la serata prende bene, portiamo anche cover. Non so, abbiamo fatto, tra le altre, “Mongoloid” dei Devo, “No More Heroes” dei The Stranglers, “You Spin Me Round” dei Dead Or Alive. Il pubblico è stupendo. Chi non ci conosce, dopo una prima reazione di stupore (forse causato dalle nostre tute spaziali live), comincia a muovere una “gambetta”, poi un’altra e alla fine il movimento spontaneo prende il sopravvento. Questa è buona parte delle nostre soddisfazioni.

US. Guardando ad una certa scena “alternative”, viene da chiedersi come si può spiegare l’emergere, soprattutto nel Nord Est, di gruppi che praticano un genere simile al vostro…

CM. I fumi delle fabbriche e dei SUV hanno uno strano effetto su noi “giuovani” del nord est. Mi va di citare alcune band alternative della nostra zona come ‘Bologna Violenta’, ‘You Wrong’, Sophie Lillienne’, ‘Wora Wora Washington’... ascoltate e ditemi se non ho ragione!

US. Cosa c’è nel futuro dei ‘Captain Mantell’? Collaborazioni? Prospettive all’estero?

CM. Stiamo promuovendo ‘Rest In Space’, ma ci stiamo già preparando al prossimo. Per quanto riguarda le collaborazioni, io sono tour con ‘Il Teatro Degli Orrori’ come bassista. Gli altri della ciurma hanno messo su un progetto super groovy chiamato ‘Space Barena’! L'apoteosi dei Synth ciccioni!
L’estero è sicuramente è uno dei nostri obiettivi, e si sa che il capitano non rinuncia mai a nessuna missione!

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